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Il rugby allegro di Munari: “Da Omero a Parisse, ecco la mia commedia dell’arte”

“Kearney ha fatto la piccola vedetta lombarda, elmetto e trincea: gli hanno buttato catapulte di guano, ma ha preso tutto!”. “O’Driscoll apre lo schieramento avversario come prima era riuscito solo a Mosé”. “Chabal è proprio da sposare: in campo fa la lavatrice, e spazza pure il pavimento. Per forza non ha tempo per il parrucchiere”. “Ahia che placcaggio, poveretto: hai presente quando da bambino cadevi con la bici nella ghiaia, ti si infilavano tutti quei sassolini nella carne e tua mamma te le suonava anche?”. Alle metafore di Vittorio Munari hanno persino dedicato una raccolta web: le sue telecronache sono leggendarie. E uno dei pochi motivi per continuare a vedere giocare l’Italia. Uno scudetto da mediano di mischia e tre da allenatore, a Padova, le redini della Nazionale nel ’94 ma solo per pochi minuti, dirigente ovale di successo: come lui, qui in Italia il rugby non lo conosce nessuno. “Sfido chiunque ad aver visto la metà delle partite internazionali cui ho assistito”.

 Come nascono quei racconti incredibili in tv?
“Tutta colpa di Omero, il miglior telecronista della storia. A scuola mi piacevano le materie umanistiche. Ho scoperto l’Iliade, e mi ha preso l’anima. Nessuno come lui ha saputo descrivere qualcosa che amava profondamente: lo ha fatto per un gruppo di amici, con cui voleva condividere quella passione. Ecco. Leggete qualche brano, vi prego: è impossibile non innamorarsi e sognare di essere esattamente lì, nel campo di Troia con le navi degli Achei in rada. Poi magari ci metto dentro anche Fingal, il bardo dei celti. E Dante, ma quella è un’altra cosa”.

 Avrebbe dovuto scrivere.
“Io da bambino volevo fare l’inviato. Mia madre era una insegnante elementare, mio padre un impiegato del catasto. In estate mi mandavano in colonia a Pesaro: la sera, dopo cena, un sacerdote missionario veniva a raccontarci la storia della sua vita. Aveva un orologio al polso: ricordo che parlava della sabbia che ci finiva dentro per colpa di questo vento impetuoso, il ghibli. E’ stato allora, che ho pensato di diventare inviato di qualche giornale. Non ci sono riuscito, ma ho girato lo stesso il mondo”.

 Titolare di un’agenzia di viaggio.
“Potevo volare, risparmiando sul biglietto e assistendo ai più grandi match di rugby della storia. Il primo nel ’74: Twickenham, Inghilterra-Irlanda con Pullin e Slattery. Ho cominciato a fare amicizia con giocatori leggendari come Mourie e Botha, ad allenarmi insieme a loro. Con gli Harlequins ho scoperto che invece della doccia ci si metteva tutti in una gigantesca vasca d’acqua calda che dopo un po’ diventava marrone per il fango e chissà che altro: fumavano sigari e bevevano whisky dopo il match, io però ero piccolino di statura e rischiavo di annegare in quella brodaglia”.

Ha cominciato a parlare di rugby in tv nell’89: quelle battute se le prepara prima?
“Quasi mai. Mi piace leggere, e qualcosa resta sempre. Ho seguito dei corsi di visualizzazione, li teneva un judoka famoso: mi ha insegnato a prevedere quel che potrà accadere in questa o quella situazione, e come reagire. Mi attengo al canovaccio e di colpo improvviso, come nella commedia dell’arte veneziana. E’ divertente, anche se il mio complice di cronache – Antonio Raimondi – a volte è terrorizzato perché non sa dove potrò andare a finire”.

 Il giocatore più bello da raccontare?
 “Il miglior Parisse: per costruzione fisica ed eleganza, merita un posto fisso al Museo di Arte Moderna”.

 E se le offrissero la telecronaca di un altro sport?
 “Il curling. La spiegazione non ve la do. E’ una battutaccia”.

 Ma come: non le piacerebbe il calcio?
“Mi piacerebbe essere Bergomi o Caressa, perché li ho ascoltati dire: ‘Facciamo le valigie e andiamo a Berlino!’. Purtroppo, a me questa opportunità non capiterà mai”.

Rugby, Sei Nazioni: l’Italia sfida l’imbattuto Galles. Il ct agli azzurri: “Ci vogliono le palle!”

di

Massimo Calandri

11 Marzo 2021

Come si fa a citare le gesta dell’Italrugby, la squadra più perdente della storia?
“Difficile: se dovessi farlo da un punto di vista strettamente tecnico – e senza offendere la mia coscienza – si trasformerebbe in un funerale. E allora ecco qualche equilibrismo, sperando che la gente non cambi canale: provo a rendere la situazione più leggera, mi dedico a narrazioni che possono sembrare esagerate ma – forse – riavvicinano le persone. Purtroppo l’Italia non è adeguata a questi livelli: magari un tempo mi attaccavo a 2-3 cose che funzionavano – nel 2013 è stata la stagione migliore degli azzurri -, adesso invece parliamo di un piccola barca nella tempesta. Se c’è il mare piatto si può prendere un po’ di sole, ma con le onde sono guai perché non abbiamo l’ancora: e purtroppo il meteo non lo decidiamo noi”.

Gli italiani non vanno bene per il rugby?
“Siamo un popolo viziato, non conosciamo il sacrificio. E poi, se vivi in una valle gallese o ti ubriachi al pub oppure giochi a rugby. Detto questo, potremmo comunque farcela. Il problema nostro è che da quando siamo entrati nel Sei Nazioni la Federazione ha voluto sostituirsi a quel che c’era: ha distrutto il campionato, umiliato i club, non ha programmato nulla però si è messa in testa di insegnare ai giocatori. A costi assurdi. Ma è stato come se ad Harvard fossero saliti in cattedra i bidelli”.

Sabato Italia-Galles. La partita vera però è al mattino: si elegge il nuovo presidente Fir. Cinque candidati tra cui il vecchio presidente e due suoi consiglieri.
“Tutti i responsabili di questo disastro dovrebbero avere il pudore di fare un passo indietro. Alcuni di loro per molti anni sono stati complici, e adesso cercano una nuova verginità: dal punto di vista etico è imbarazzante. Serve una svolta e serve ora, perché siamo arrivati al count down: altrimenti di questo passo il rugby italiano sparirà”.

 

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